• Paolo Arrigoni

Clima: i leader europei hanno deciso nuovo taglio di CO2 al 2030, e le bollette?


I leader europei hanno deciso il nuovo taglio di CO2 al 2030 rispetto il 1990: almeno il -55%, contro il precedente -40%, obiettivo funzionale a perseguire nel 2050 la neutralità climatica voluta dalla Von Der Leyen.


La Germania e soprattutto la Francia, il solito asse franco-tedesco che detta da sempre la politica europea, sorridono (sotto i baffi) perché dietro la bandiera del green deal si sono garantiti i propri interessi nei prossimi decenni.


Gli ambientalisti e Greta hanno subito protestato (e ti pareva!!!) perché si doveva tagliare di più!


Io invece sono preoccupato per questa accelerazione. Temo che questa decisione nel medio termine creerà problemi al nostro sistema energetico nazionale, drenerà, sprecandole, molte risorse dal Recovery Fund - che, ricordo, sono in gran parte prestiti da restituire - e aggraverà nel tempo le bollette energetiche delle famiglie e soprattutto delle nostre imprese già alle prese con la competizione globale.

Per l'interesse di pochi, mi preoccupano gli ambientalisti talebani che puntano a obiettivi sfidanti senza porsi minimamente il problema di come possono concretamente essere raggiunti, non curanti che nei processi di transizione, la sostenibilità ambientale deve essere necessariamente accompagnata da quella economica e sociale. Non porsi questi problemi significa abbandonare le nostre imprese già alle prese con forti difficoltà, per il Covid e non solo, e lasciare sul campo di battaglia tante chiusure e molti disoccupati.


Perché sono preoccupato:

1) perché l'Europa è responsabile di meno del 10% di CO2 rispetto al totale di emissioni climalteranti del pianeta (che invece negli ultimi 30 anni sono aumentate), dove i paesi giganti e emergenti fanno i loro piani di sviluppo non ponendosi obiettivi vincolanti di riduzione di CO2. La decarbonizzazione dell'economia non la può dunque affrontare solo l'Europa, senza tener conto del principio della neutralità tecnologica.

2) perché tagliare le emissioni di CO2 significa impattare nel sistema ETS (Emission Trading System) e a breve determinare un forte incremento delle quotazioni monetarie delle emissioni di CO2 mettendo in ginocchio le nostre imprese, in particolare quelle del settore "Hard to Abate" che consumano combustibili fossili, anche il gas naturale. Questo è un problema di competitività globale, già oggi pesante per le nostre imprese italiane che pagano l'energia circa il 15% in più rispetto al resto dell'Europa.

3) perché il nuovo obiettivo UE del -55% di CO2 impone la revisione del nostro PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) e l'aggiornamento al rialzo di diversi obiettivi al 2030, i cui vigenti già oggi siamo lontani dal raggiungere, quali la maggior produzione di energia da FER (Fonti Energia da Rinnovabili), la maggior Efficienza Energetica nei settori domestico (il Superbonus 110% é in stallo), industriale e terziario (il sistema dei Certificati Bianchi presenta anch'esso dei problemi) e, infine, la maggior mobilità sostenibile.

4) perché per produrre l'energia elettrica da FER, in prevalenza fotovoltaico e eolico, negli ultimi due anni abbiamo installato meno del 20% rispetto a quanto, a obiettivi vigenti, avremmo dovuto. Senza contare che gli incentivi per lo sviluppo delle rinnovabili negli ultimi 15 anni sta gravando ogni anno per 15 miliardi sulle bollette degli italiani attraverso gli oneri generali di sistema. Troppi i problemi per i quali il Governo Conte latita nel rimuovere: le autorizzazioni per gli impianti (non solo per i nuovi, ma anche per l'ammodernamento e il potenziamento degli esistenti) sono lunghissime e anche il decreto semplificazioni ha deluso le aspettative; i bandi per l'ottenimento degli incentivi sono un fallimento; manca l'individuazione delle aree idonee per realizzarli e spesse volte dove queste aree sono individuate ci si mettono le comunità locali e soprattutto la Soprintendenza a bocciarli. Anche per i parchi eolici e fotovoltaici, infatti, si manifesta la sindrome di NIMBY, anche tra gli stessi sostenitori della produzioni da FER, che vorrebbero persino al 100%, una ipotesi assurda per la sicurezza del sistema energetico data la non programmabilità dell'eolico e soprattutto del fotovoltaico essendo per natura intermittenti.

5) perché nello sviluppo della mobilità sostenibile il governo giallorosso insiste irresponsabilmente nel voler quasi esclusivamente sussidiare (con centinaia di milioni) l'elettrico (non solo auto, ma anche monopattini), facendo un grande regalo alla Cina che ha il controllo del mercato minerario delle 'terre rare' necessarie per produrre le batterie, e sacrificando la filiera italiana dell'automotive in estrema difficoltà anche per l'emergenza Covid. Per la maggioranza nulla o quasi l'attenzione per biocarburanti low carbon, per il GPL e per il biometano, figuriamoci per il diesel di ultima generazione. Altra assurdità!

6) Perché ora (non) c'è l'idrogeno... l'uovo di Colombo. Nelle ultime settimane sta impazzando l'idea dell'idrogeno come chiave di volta per perseguire la neutralità climatica unitamente all'elettrificazione spinta. Da molti, entusiasti, l'idrogeno è considerato il vettore energetico del futuro, che sostituirà il petrolio e il gas naturale nei trasporti pesanti (camion e treni anche da subito, mentre navi e aerei nel lungo periodo), nell'industria e anche nella generazione elettrica, senza emissioni di gas climalteranti. C'è chi, poi, anche autorevoli ministri del Governo italiano, vorrebbe sostenere solo quello 'verde' prodotto con l'elettrolisi dell'acqua e impiegando energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili; un'utopia questa, per vari aspetti e visto i ritardi e gli enormi problemi che abbiamo nel produrre FER già per gli usi dell'elettrificazione. Vi sono altri, al momento una minoranza, che invece chiedono anche il sostegno a quello blu, prodotto dal metano ma con cattura e stoccaggio della CO2; approccio, quest'ultimo, pragmatico e condivisibile, da sviluppare, visto che siamo alle preliminari riflessioni sulla fattibilità e sostenibilità del suo uso nei diversi settori, che dovrebbero stare alla base per definire la Strategia Italiana per l'idrogeno. Di certo al momento sull'idrogeno abbiamo dati incontrovertibili: l'H2 (soprattutto quello verde) ha alti costi di produzione; necessita di reti e impianti particolari per essere trasportato e stoccato; ha un'intensità energetica inferiore rispetto al gas naturale; e se va bene, raggiungerà al 2050 una quota del 13÷15% rispetto al mix energetico, come peraltro indicato nella strategia europea dell'idrogeno decisa nel luglio scorso dalla Commissione UE.


Quelle sopra sono una parte delle considerazioni che mi portano ad essere preoccupato per l'Italia per il nuovo taglio di CO2, che è la decisione madre UE da cui deriveranno le politiche energetiche che ogni paese cercherà di declinare al meglio, più per i propri interessi nazionali che per quelli generali.

La Germania, per esempio, ha tanto eolico off-shore nel mare del nord tale da permettersi la produzione di idrogeno verde. La Francia ha tanto nucleare, che peraltro in questi giorni sta appositamente rilanciando (p.es. allungando il ciclo di vita di altri 10 anni ai 32 reattori piú vecchi e prossimi ai 40 anni di vita) per avere tanta energia elettrica in eccesso per produrre l'idrogeno viola a bassissimi costi.

E l'Italia cosa ha? Solo l'ideologia ambientalista con zero pragmatismo: ad esempio l'idea balzana di far diventare green l'ex ILVA sta completando la demolizione di quella che era la più grande acciaieria d'Europa.

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© 2018 Paolo Arrigoni

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